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Le primarie del Partito Democratico e la tradizione riformista italiana

Le primarie del PD e la tradizione riformista italiana.

E’ stato definito il percorso congressuale del PD, che vede fronteggiarsi Renzi, il segretario uscente, Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia, e Andrea Orlando, attuale Ministro di Grazia e Giustizia.
L’analisi delle pagine Facebook dei protagonisti consente di assumerne i contenuti come significativi delle rispettive proposte politiche. I tre hanno stili diversi, che fotografano esattamente il vantaggio comunicativo del segretario uscente e l’affanno dei suoi inseguitori.
Quanto ai contenuti, dobbiamo dire che vi è una grande differenza tra il segretario e i suoi inseguitori.
Partiamo da Michele Emiliano. Nei suoi interventi degli ultimi giorni emerge una critica feroce al suo partito ed al suo segretario. Nell’analisi di Emiliano la mancanza di democrazia interna al PD, la leadership assolutistica del suo segretario, la politica autoritaria di Renzi (“attuiamo fino in fondo la Costituzione senza più provare a cambiarla per togliere potere al Popolo”) hanno prodotto l’allontanamento di tanti, che sono andati via sentendosi traditi, ed hanno separato il PD dagli altri partiti del centrosinistra. Emiliano punta a trasformare le primarie nell’ennesimo referendum sugli ultimi anni di governo, per sfruttare il “vantaggio” della partecipazione alle primarie dei cittadini comuni (non necessariamente elettori del PD), gli stessi che hanno deciso la sconfitta al referendum costituzionale. Emiliano non parla agli iscritti del PD, ma agli scontenti del Paese, esattamente come Grillo e Salvini.
Insomma, le prime mosse di Emiliano palesano la difficoltà di chi è in ritardo nella competizione e cerca qualunque via d’uscita, non necessariamente politica. E infatti i suoi contenuti veicolano al momento una proposta politica debole: richiami generici alla realtà sociale di riferimento, argomenti programmatici tipicamente conservatori che prevalgono su quelli più progressisti e, soprattutto, due grandi preoccupazioni: non caratterizzarsi come candidatura meridionale (“Non ho mai pensato che la mia leadership fosse una leadership esclusivamente del Mezzogiorno”), difendersi dal procedimento avviato ai suoi danni dal CSM. Ora, sulla seconda preoccupazione tralasciamo, volendo comunque escludere che in questi anni Emiliano abbia violato la legge facendo l’amministratore senza dimettersi dalla magistratura. Interessa invece insistere sulla prima delle sue preoccupazioni, che è anche la più grande debolezza politica di Emiliano, vittima della stessa contraddizione in cui è caduto in questi anni quel segretario da cui vuole tanto differenziarsi. Chi fa politica in Italia, oggi, pensa di dover parlare al popolo del Nord, perché è questo che segna la vittoria o la sconfitta. E parlare al popolo del Nord significa innanzitutto distinguere gli interessi del Nord da quelli del Meridione, parlando dei primi e derubricando i secondi a mera lamentela da sfigati che vivono una condizione di disagio per una propria, esclusiva responsabilità (tanto ai voti del sud ci pensano i cacicchi). Ebbene, dal governatore di una regione dove assaltano gli autobus di linea e i treni merci per il livello di guardia raggiunto dal disagio sociale ci si aspetterebbe una piattaforma politica decisamente caratterizzata sulla questione Meridionale. E, invece, niente; al più un incredibile richiamo all’orgoglio e alla rassicurazione di “vedere un meridionale considerato come un cittadino italiano uguale a tutti gli altri” .
Una cosa si può rilevare che sa di politica e che Emiliano condivide con Orlando, la celebrazione di una ricorrenza dedicata a Sandro Pertini. Si badi bene: Emiliano si limita a dire “Viva Sandro Pertini”, mentre Orlando chiarisce che ricorda Pertini come ligure e uomo di sinistra; sembrano entrambi preoccupati di non essere confusi con la tradizione socialista che fu di Pertini, di cui, evidentemente, pensano di poterne assumere solamente quel tanto che possa servire allo scopo contingente.
Possiamo registrare qualche altra attinenza tra Emiliano e Orlando. Il secondo, come il primo, critica il PD di Renzi, il cumulo dei ruoli di segretario e Presidente del Consiglio, lo stile di leadership prepotente, la sua distanza “dall’Italia e dai problemi degli italiani, che in questo momento stanno vivendo momenti molto difficili”.
Ma c’è anche una grande differenza tra Orlando ed Emiliano. Mentre il secondo parla a quelli che sono fuori dal PD, tentando di veicolare nelle primarie anche il voto degli elettori dei 5 Stelle, il primo parla alla coscienza del popolo di sinistra. Lo fa ricordando i suoi trascorsi nella FGCI, usando la parola compagni, promettendo di rifondare il Pd per riconnetterlo col “popolo” e ripristinando il rispetto dei “corpi sociali”. Insomma Orlando, punta a realizzare ciò che non è ancora riuscito a nessuno: “compiere quella speranza che non si è mai compiuta”. E’ come se Orlando volesse tornare indietro nel tempo e volesse dire agli elettori delle primarie che un PD a guida post-comunista è l’unica scelta utile e, soprattutto, rassicurante (“Mi dicono: ma se arrivi terzo, poi come fai a tutelare i tuoi nelle liste? Rispondo: arriverò primo e dico al secondo e al terzo: non vi preoccupate perché io non sarò il capo della mia corrente ma il segretario del Partito democratico”). Insomma Orlando punta a riproporre il PD dell’equilibrio dirigente che si affida ad un segretario post-comunista per rafforzare la base di consenso moderata e renderla vincente (una volta avrebbero detto maggioritaria). Sembra una posizione troppo orientata al passato veltroniano, per non essere corretta nel corso del dibattito congressuale.
Infine i contenuti esposti da Matteo Renzi sulla sua pagina Facebook: si leggono pochi aggiornamenti, ma coerenti con uno stile comunicativo deciso e diretto, in cui certi temi tanto cari ai suoi avversari populisti ogni tanto fanno capolino: il disprezzo per la politica politicante, il merito di non occupare posizioni di potere, l’irrisione per il dibattito interno.
Ma nei contenuti promossi da Renzi c’è molta più politica di quanta non ve ne sia in quelli dei suoi concorrenti: la riflessione sul futuro della tecnologia e sul suo impatto sull’organizzazione sociale, il rapporto tra popoli e populisti e l’importanza della tensione identitaria delle società aperte. Ed assieme ai temi di carattere generale, anche l’orgoglio per la sua azione di governo. Si legge comunque un Renzi quasi consapevole dei suoi limiti programmatici, tanto da chiamare a raccolta il popolo dei volenterosi che vogliano “contribuire a mettere a fuoco i problemi e le soluzioni vere del Paese”.
Insomma Renzi sembra più attrezzato dei suoi concorrenti, pronto alla sfida e fortemente volitivo. Peccato che non rinunci a proporre una concezione secondo cui la politica deve costruire una società in cui a contare sia l’idea per ciascuno di poter provare a realizzarsi (“Non tutti diventeranno Elon Musk, è ovvio. Ma dobbiamo costruire un Paese in cui almeno sia possibile coltivare l’idea di provarci.”).
Pertini sarebbe perplesso, e non solo lui, all’idea che la politica debba limitarsi ad aprire le porte dei casinò, dove ognuno è libero di provare a vincere (è un caso che sia stato il governo D’Alema ad introdurre i Bingo in Italia, anticipando l’esplosione del fenomeno del gioco d’azzardo di questi ultimi anni?). Contro l’idea della “libertà di provarci” serve la lotta di resistenza riformista, che si deve combattere, oggi come in passato, per la “libertà di riuscire”; a ciascuno, cioè, dev’essere garantita la concreta possibilità di realizzarsi, partendo da condizioni eque che non siano segnate dai rapporti sociali, ma semmai dal bagaglio di risorse e talenti che segna i meriti e, purtroppo a volte, i bisogni di ciascuno di noi. Questo si, che piacerebbe a Pertini.
Saverio Carlo Greco

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