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Salvini e la “prostituzione”. Le fake news e il populismo

 Finalmente si è accesa l’attenzione sul fenomeno delle fake news (Falsa Informazione) e, più in generale, sull’uso manipolativo dei nuovi mezzi di socialità telematica, attraverso cui vengono veicolate notizie false, che però sembrano vere per il fatto di incontrare il senso di disagio dell’opinione pubblica. Certo non sfugge quale sia l’interesse del ceto politico nostrano a regimentare il fenomeno, oggi praticamente sotto il controllo di Grillo e della Casaleggio associati. Combattere le fake news in Italia, quindi, vorrebbe dire contenere il peso elettorale dei 5 Stelle.
Non vi è altrettanto impegno per combattere la Falsa Politica o, come si dice al proposito, il populismo. Anzi, possiamo forse dire che il populismo è una tendenza generalizzata della politica nostrana. D’altronde non è molta la differenza tra il fenomeno delle Fake News e il populismo. Il primo specula diffondendo notizie non veritiere, che però agganciano in profondità il senso di insicurezza dell’opinione pubblica, tanto da sembrare vere. Il secondo, come il primo, veicola concetti (punti programmatici) privi di alcuna base razionale (possibilità di realizzazione pratica) al solo scopo di intercettare il senso di insicurezza (civile o economica) dei cittadini per conquistarne il voto (un vantaggio).
Basta fare qualche esempio. A livello internazionale è emblematico il bando all’immigrazione dei paesi musulmani emanato da Trump come primo atto di governo. E’ evidente la connessione tra l’argomento e il senso di insicurezza degli americani, che tutti i giorni fronteggiano gravi episodi di violenza terroristica. Ma è altrettanto evidente oggi, dopo la pronuncia delle corti di giustizia e lo scontro dialettico scatenato dal presidente americano contro i giudici, l’irrealizzabilità politica dei temi populisti, giacché le regole di convivenza civile sono indissolubilmente legate a quegli stessi principi che i populisti vorrebbero mettere in discussione.
Ma se vogliamo fare un esempio nostrano, basta richiamare uno dei punti politici qualificanti della proposta di Salvini e del suo partito: la legalizzazione della prostituzione.
Dal Sole 24 Ore del 28 gennaio 2017: “Il primo provvedimento che proporremo una volta al governo è la legalizzazione e la tassazione della prostituzione». Lo ha annunciato Matteo Salvini, parlando dal palco della manifestazione di Fdi, in piazza San Silvestro a Roma, al termine del corteo partito da piazza della Repubblica. La proposta è stata accolta da un grande applauso dalla piazza di militanti.”
E’ facile dimostrare quanto infondato sia l’annuncio di Salvini e, soprattutto, quanto ingenuo e credulone sia il popolo che lo ha tanto applaudito.
La prostituzione in Italia è un’attività legale, in quanto non è prevista alcuna punibilità per chi, maggiorenne, scelga di offrire una prestazione sessuale dietro corresponsione di un prezzo (né è punibile il cliente). Costituisce invece reato il favoreggiamento della prostituzione, che si concretizza, sotto il profilo oggettivo, quando si compia qualunque attività idonea a procurare favorevoli condizioni per l’esercizio della prostituzione, mentre sotto il profilo soggettivo è sufficiente la consapevolezza di agevolare il commercio altrui del proprio corpo senza che abbia rilevanza il movente dell’azione (Cass. Pen., sez. III, sentenza 20 novembre 2013, n. 6373). Così come costituisce reato lo sfruttamento della prostituzione, l’attività cioè di chi si adopera con l’intento di conseguire un provento economico dall’attività sessuale posta in essere da altri.
Quindi, a meno che Salvini non voglia legalizzare il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione, è di tutta evidenza che l’annuncio fatto al popolo della destra nella manifestazione del 26 gennaio non ha alcuna possibilità di realizzazione programmatica, giacché la prostituzione non è un’attività da legalizzare.
E nemmeno l’annuncio della tassabilità della prostituzione ha alcun senso pratico. In Italia, infatti, una consolidata prassi giurisprudenziale ha già stabilito la tassabilità dei proventi dell’attività di prostituzione.
Chi oggi, maggiorenne, si prostituisca e voglia regolarizzare la sua posizione fiscale può certamente farlo quantificando il proprio reddito “professionale” nella voce “Altri Redditi” del proprio Modello Unico. Un’opzione, questa, che comporta un rischio elevato d’accertamento, contro cui la/il prostituto può proteggersi operando al pari di qualunque professionista, aprendo cioè una partita IVA. Un’opzione, questa, che offre anche il vantaggio di consentire l’iscrizione alla gestione separata INPS, che assicura una copertura assicurativa a quelle categorie professionali per le quali non è prevista una specifica cassa previdenziale.
Per il fisco, infatti, come per la previdenza, esiste una specifica codifica delle attività economiche, elaborata dall’Istat sulla base delle codifiche internazionali (Codici ATECO). Ebbene tale codifica prevede, nella classe delle “Altre attività di servizi per la persona”, anche il codice attività n. 96.09.03, denominato “Agenzie matrimoniali e d’incontro” e che, così come indica la descrizione rilasciata dall’ISTAT, è destinato a ricomprendere “le attività connesse alla vita sociale, ad esempio: attività di accompagnatrici, di agenzie di incontro e di agenzie matrimoniali”. Per essere ancora più precisi, tenendo conto che i codici ATECO sono corrispondenti ai codici europei NACE, che a loro volta sono corrispondenti ai codici internazionali ISIC, conviene ricorrere alla descrizione di quest’ultimi, che espressamente fa riferimento a “Social activities such as escort services” (sito della Divisione Statistica delle Nazioni Unite).
Oggigiorno dunque, una persona che decidesse in Italia di offrire prestazioni sessuali dietro corrispettivo potrebbe farlo nella piena legalità, pagando le tasse e costruendosi una tutela previdenziale. Dovrebbe certo prestare molta attenzione per non ricadere nell’ipotesi delittuosa della conduzione di casa di prostituzione (ma forse è proprio questo il reato che Salvini vorrebbe riformare per come potrebbe far pensare la raccolta firme, fatta nel 2015, per la riapertura delle case d’appuntamento).
Viceversa, un politico che volesse assicurare il pagamento delle tasse sui redditi da prostituzione non dovrebbe far altro che sollecitare il Ministero delle Attività Economiche e Produttive perché attivi le competenti agenzie a controllare i redditi dichiarati da quanti promuovono la propria attività di escort (come, ad esempio, le olgettine).
Ecco dunque dimostrato, con un esempio concreto, come i populisti nostrani speculano su politiche fantasiose (o addirittura mentono sui reali obiettivi delle proprie proposte) al solo scopo di sollecitare gli istinti degli elettori, carpendone in tal modo il consenso. In questo, per l’appunto, il populismo è come le fake news; sarà per questo che vanno tanto d’accordo?

Saverio Carlo Greco

 

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